Pitùr e il teatro di Mario Perrotta

RECUPERO DAL VECCHIO BLOG – pubblicato il 29 giugno 2014

Chi va a vedere Pitùr, il secondo capitolo che Mario Perrotta dedica alla sua trilogia su Antonio Ligabue, con la testa immersa nella memoria dello spettacolo Un bès e con l’immaginazione circoscritta in quel limite, può privarsi di una emozione, diversa e bellissima, che questo spettacolo regala al pubblico. Non a tutto il pubblico.

Il teatro di Mario Perrotta richiede un patto di fiducia. Perché Perrotta si mette in gioco, rischia, si arrampica e conduce lo spettatore in un viaggio mai ripetitivo, mai scontato, mai uguale a se stesso. Sfuggendo alle definizioni statiche, il suo teatro rifugge anche le facili soluzioni.

Alla fine del Pitùr il pubblico si divide fra chi si è fidato e lasciato trascinare dentro questa nuova sorprendente avventura e chi ha mancato l’occasione, rincorrendo i fantasmi del primo capitolo con lui da solo in scena per un’ora e mezza. Fra chi ha gli occhi liquidi dall’emozione e chi rimane un po’ perplesso e dice “l’altro però è insuperabile”.

Pitùr è uno spettacolo corale. Se nel primo capitolo siamo stati spiazzati dal talento pittorico di Mario Perrotta, in questo rimarremo spiazzati dalla sua capacità di creare coreografie per un gruppo di attori e danzatori che sono una voce e un corpo solo, quello del Toni Ligabue, il pittore matto.

Defilato a lato del palco per tutto il tempo, minimale nel suo interagire con la scena fino al crescendo di un intenso monologo “mi strappo la faccia”, Perrotta si alza solo nel finale e ci regala un’immagine commovente che lascia il pubblico sospeso nell’emozione che si porterà poi dentro, a lungo, anche una volta uscito dal teatro, tornato a casa, alle cose di tutti i giorni.

Colpire l’immaginazione di chi assiste, al punto da creare una memoria delle emozioni dei suoi spettacoli, è il vero talento di Mario Perrotta. Il suo è un teatro che scava e porta in superficie i punti più fragili della nostra emotività.

Attori, danzatori, performer o coro, i sette elementi neutri, vestiti di bianco come tele da dipingere, che agitano sul palco le pulsioni di Antonio Ligabue sono rigorosi, appassionati, fluidi. Danzano con grandi tele bianche sulle quali si proiettano immagini, dipinti, colori. Emergono più nella loro compattezza corale che negli assoli. Anche il loro è un crescendo che culmina nel parossismo creativo della pittura. Ai sette elementi anime del Toni se ne aggiunge un ottavo che ha un ruolo essenziale nello spettacolo: è la musica delle composizioni originali di Mario Arcari che con rapide “pennellate” crea contesti d’epoca e geografie.

Si può rintracciare scena per scena anche la storia di Ligabue, fatta di abbandoni, incapacità di uniformarsi agli altri, paura del rifiuto, desiderio di contatto fisico, genialità artistica. Struggente il rapporto con il corpo femminile spiato e desiderato. Corpo nel quale Ligabue si incarna con patetici travestimenti che un video rivela dando aderenza di verità alla narrazione scenica.

Andate a vedere lo spettacolo Pitùr privandovi di aspettative e confronti. Fidatevi. Ne vale assolutamente la pena.

 

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo di WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Google photo

Stai commentando usando il tuo account Google. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...