Bassa continua, il sogno ostinato di Mario Perrotta

24 maggio 2015: è notte fonda e i ragazzi della Protezione civile al Bar del Bocciodròmo di Gualtieri dicono che loro non hanno sentito e visto quasi niente dello spettacolo, impegnati in ogni dove a bloccare traffico, condurre pubblico, scortare autobus. Allora Danusha Waskievicz prende la sua viola e suona per loro in una immagine che si pianta subito nel mio cuore fra quelle indelebili. Suona e incanta. Suona e fa ammutolire tutto.

Bassa continua, il finale visionario e mastodontico del Progetto Ligabue è stato quello che Mario Perrotta ha immaginato quattro anni fa quando vide la piazza di Gualtieri, il Teatro sociale, la Golena del Po e il Grande fiume. Aveva solo sbagliato il numero degli artisti coinvolti pensandone ottanta che sono diventati 180. Un numero che comprende anche la squadra tecnica, componente essenziale per portare a termine un’impresa del genere. A questi 180 vanno aggiunti gli artisti  dello spettacolo espanso che hanno animato palazzi e strade di Guastalla. E per fare il saldo preciso occorre contare anche lo staff organizzativo e i partner del progetto che hanno offerto spazi, volontari, competenze, prestato costumi, spazi affissioni, messo in moto uffici stampa, realizzato gradinate in Golena e curato le biglietterie. Insomma un vero esercito che Perrotta ha diretto in modo magistrale.

Quando sono arrivata il 14 maggio e sono entrata in teatro la scena che mi si è parata davanti era proprio quella di un direttore d’orchestra sul quale sono incollati i sensi  e la curiosità di tanta gente venuta dai paesi e città vicine e da ogni regione d’Italia. Ma quel numero lì era solo una piccola parte. Il grosso doveva ancora arrivare.

Mario Perrotta nel Teatro Sociale di Gualtieri 14 maggio 2015 per Bassa continua

Mario Perrotta nel Teatro Sociale di Gualtieri 14 maggio 2015 per Bassa continua (foto di Luigi Burroni)


Nei giorni a venire l’esercito di Bassa continua ha invaso il territorio dall’ex manicomio del San Lazzaro alle rive del Po, passando per le strade di Guastalla e Gualtieri. Ha avuto casa per 12 giorni in un bocciodròmo rigorosamente pronunciato con l’accento sulla penultima  “O”, come fan qua che son particolari e fanno le cose a rovescio, ti basta entrare nel teatro di Gualtieri per capirlo. Nel bocciodròmo hanno mangiato, riso, pianto, cantato, suonato, fatto riunioni, prove, conti, costumi, giocato a biliardino e a carte. Hanno imparato tutti, gli uni dagli altri, mischiati fra professionisti di fama internazionale e giovanissimi volontari alla prima esperienza. Solo questo fa di Bassa continua un progetto meraviglioso, educativo, innovativo. Di quelli che se li metti su carta dovrebbero finanziarteli bene senza nemmeno battere ciglio.

Un esercito che nulla poteva fermare, né la pioggia, né la diffidenza perché la motivazione era altissima e il sogno del suo condottiero ostinato. Perché i sogni in questo Paese Italia se non sono anche ostinati rimangono solo sogni.

Quando Bassa continua si è dispiegato come un’opera su tela diventando spettacolo, tutto il territorio è stato invaso da una magia fitta che ha creato una specie di bolla che tutti ha tenuto al coperto. Così mentre nei paesi vicini grandinava, nei tragitti di Bassa continua c’era a tratti solo una piccola pioggerella che non spaventava nessuno. E se il percorso fiume per le prime tre repliche non si è potuto fare in Golena, gli incastri fra il pubblico che entrava e usciva dal teatro o dalla Sala dei falegnami erano una partitura perfetta che non ha avuto intoppi. Il fiume si è ingrossato per la pioggia ma non tanto da invadere la pioppetta e le zanzare hanno sospeso il periodo della loro schiusa previsto proprio in questi giorni. Come se il Toni brontolasse per tutto questo clamore ma sotto sotto ne fosse felice e si sentisse obbligato a proteggerci, pur continuando a imprecare.
I pullman arrivavano in orario perfetto e tutti si ritrovavano in piazza per il funerale del Toni in sincronia, con il cuore gonfio dalle emozioni provate lungo il percorso, a immaginare già come sarebbe stato il prossimo.

Non saprei dire quale dei tre percorsi preferisco. Ognuno è unico nel suo genere. Ognuno ha perle preziose e momenti magici.
Essere rinchiusi in una cella con un Toni che recita a dieci centimetri da te nell’angoscia di uno spazio angusto pieno di strumenti di “tortura” usati nei manicomi. Nella mia cella c’era la macchina dell’elettroshock e “il mio Toni” la indicava dicendo “son cose da fare alla gente queste?”.
Svoltare la curva della stradina in golena e trovarsi faccia a faccia con il Grande fiume, con una sirena in mezzo all’acqua che suona la viola in un canto ammaliante mentre davanti passa il Toni in una barca “sei tutte le donne che non ho mai avuto”.
Il Teatro di Gualtieri che da solo racchiude la bellezza di tutti i teatri d’Italia in una immagine perfetta di musica e parole con violini e contrabbasso a fare anche da scenografia e il Toni seduto in penombra che da solo racchiude tutta la tristezza del mondo. Parole che entrano direttamente nell’anima “per tutti la fine è l’inizio se non c’è il colore, per tutti l’inizio è la fine se manca l’amore”.

E poi il funerale in piazza con i pubblici che si ritrovano in cerchio, le bande, i sax, la bara che sfila con Mario Perrotta sopra a urlare la sua disperazione e la sua solitudine. Poi il corteo sfila e rivedi dietro la bara tutte le figure dei tre percorsi in un silenzio irreale rotto solo da un canto struggente che si stende dalla torre dell’orologio sulla piazza, sul pubblico, sulle ghiaia. 

nel pomeriggio di pioggia il funerale del Toni è diventato ancora più triste (foto di Luigi Burroni)

nel pomeriggio di pioggia il funerale del Toni è diventato ancora più triste (foto di Luigi Burroni)

Quando vivi una meraviglia del genere e ne sei intriso da tre anni conoscendo tutto, anche i tanti “no”, delusioni, scetticismo e porte in faccia che abbiamo collezionato e sai esattamente come è andata giorno dopo giorno, settimana dopo settimana, mese dopo mese e quanta fatica è costata questa ostinazione prima di arrivare qui, al Gran Finale, puoi dire solo grazie. A chi ti ha trascinato dentro questo vortice obbligandoti a distrarti, a chi ha affiancato il tuo lavoro, a chi ti ha sopportato quando l’ansia cresceva, a chi ci ha creduto e ha dato sostegno, a chi ha visto prima e oltre e non ha mai voluto cedere perché i sogni ostinati si devono realizzare senza compromessi puntando dritti alla meta. Sapere di essere artefice di questo sogno e vederlo lì che si concretizza diventando vero è la più forte delle emozioni. Quella che spazza via in un colpo la fatica, le delusioni, le ansie, ti riempie di orgoglio, di bellezza, ti fa cercare in mezzo alla folla sguardi complici e abbracci nei quali rifugiarti.
E poi lacrime di gioia.

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