Di finto solo il sugo dei bringoli

Scaluvia. Può accadere anche a Ferragosto. Evento inatteso e straordinario, la neve in piena estate. Un po’ come la sinistra che perde una delle sue roccaforti dopo settant’anni. È così che l’ultimo appuntamento di Tovaglia a quadri si staglia nella nostra memoria. Con ironia pungente e sottile, parlando di temi profondi con uno stile lieve ma non per questo meno penetrante di tante analisi politico-economico-sociali. Ci si ritrova a tavola, il pubblico trasformato in veri commensali della storica Osteria del Poggiolino di Anghiari.
Si sorride al proprio vicino sconosciuto e si sorride all’attore che si siede con noi in mezzo alla scena a consumare un piatto di ottimi Bringoli al sugo finto. Memorabili pure loro.

Ventuno edizioni che, con intelligenza e rigore, rimangono uguali a loro stesse nella formula e nella modalità narrativa. Ma anche nel menu, nell’uso di attori non professionisti, nel luogo. A cambiare ogni anno è la storia, ingrediente fondamentale, certo, ma non unico, di un’alchimia che funziona nell’insieme dei suoi componenti. Ed è proprio questo il merito più grande del prodotto culturale Tovaglia a quadri. Non cedere alle tentazioni del cambiamento, del rinnovamento, alle lusinghe del salto di qualità. Cristallizzare la memoria di chi si è: una piccola, sorniona, rivoluzione culturale che si basa sull’intramontabile fascino dell’autenticità.

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Tovaglia a quadri – edizione 2016
foto di Luigi Burroni

La mia ultima immagine di Saverio Tutino

RECUPERO DAL VECCHIO BLOG – pubblicato il 30 novembre 2011

Fino al suo ultimo giorno di vita Saverio Tutino ha compiuto e rincorso il gesto di scrivere. Quel movimento che permette alla penna di scorrere sulla carta componendo il pensiero, dando forma al flusso vitale del racconto scritto. Saverio Tutino ha concluso la sua vita quando ha smesso di scrivere. Ma questa tensione è ancora evidente sul suo corpo inerte.
Sono andata a porgergli l’ultimo saluto, nella camera ardente del San Raffaele di Roma, in via della Pisana.
La stanza è scarna, inadeguata alla grandezza del personaggio. Saverio indossa un completo grigio elegante, ha la camicia azzurra, niente cravatta. Il bastone marrone scuro lucido, compagno dei suoi ultimi anni, sembra far presagire la sua prossima fuga, chissà dove.
Non riesco a distogliere lo sguardo dalle sue mani che sono disposte in una posa strana, sospesa, innaturale. La mano sinistra, con fatica, trattiene due dita della destra. Le altre si protendono staccandosi dal corpo, sospinte in alto, senza appoggio. Sembrano volersi divincolare dalla stretta.
La mano sinistra dice alla destra che basta, è arrivato il momento di fermarsi, di cedere. La destra non vorrebbe, si contorce, vuole continuare a scrivere, a correre sicura sul foglio di carta, con la penna, dipanando una grafia piana che ho imparato a riconoscere venticinque anni fa, e che somiglia un po’ alla mia.

Sua moglie Gloria ha un sorriso dolente e lo sguardo perso di chi sa che l’attende un dopo. Ed è un dopo fatto di vuoto, assenza, stanze solitarie e una mole di ricordi che faranno male a lungo prima di consolarla.
Mi fa un regalo inatteso perché io non chiedo niente. Me ne sto lì in silenzio. Mi racconta che all’ospedale, nei suoi ultimi giorni di vita, Saverio, che ormai non parlava più, “chiedeva” di scrivere. Lei gli dava carta e penna e Saverio componeva le parole che gli si materializzavano nella testa. Scriveva. Faceva scorrere la penna sul foglio. Senza più rapidità, senza più compiutezza di frasi, senza narrazione, senza foga. Piano, con fatica, ma nitidamente, scriveva. Compiva il gesto, quel gesto.
Ecco che allora la sua mano destra mi racconta ancora un mondo, mi lascia ancora un’immagine forte di questo uomo, maestro, un po’ padre, che ho avuto la fortuna di incontrare.
La mano destra cerca ancora il gesto. Rimane sospesa, interrotta, ma viva.

Sono andata alla camera ardente del San Raffaele di via della Pisana a cercare la mia ultima immagine di Saverio Tutino. E ho capito che la sua vita si è fermata quando la sua mano destra non è stata più in grado di scrivere.
Potevo tenere per me questa immagine e conservarla come un regalo prezioso, ma ho sentito forte il desiderio di raccontarla. Non vedevo l’ora di entrare in casa, prendere carta e penna (il computer dopo, non ora), sedermi e compiere il gesto, come se me lo avesse chiesto lui.

Bisogna ancora muoversi, andare a vedere le cose con i propri occhi, come diceva sempre Saverio, bisogna ancora prendere carta e penna, consumare l’inchiostro, fare il gesto. Quel gesto. Più importante delle lacrime, delle commemorazioni. Bisogna scrivere perché le parole sulla carta sono solchi, tracce che lasciamo nel mondo. Sono la prova sudata che siamo stati lì, abbiamo visto, abbiamo vissuto, ne siamo testimoni. E vogliamo scriverlo. Fino al nostro ultimo giorno di vita.

Pieve Santo Stefano, 30/11/2011 ore 0:15

Emozioni da Premio Pieve

RECUPERO DAL VECCHIO BLOG – pubblicato il 14 settembre 2011

L’ultimo dei miei otto nipoti si chiama Filippo e ha dodici anni. Due anni fa mia sorella lo portò a uno degli incontri del Premio Pieve, quello in cui Edgarda Ferri parlava del suo libro su Orlando Orlandi Posti, “Uno dei tanti”.

Filippo rimane folgorato dalla storia di Orlando, un giovane vissuto troppo poco in un’epoca che pare così lontana dagli interessi di mio nipote. Orlando, Opo, è uno dei martiri delle Fosse Ardeatine, trucidato il 24 marzo 1944 appena diciottenne con altri 334 dopo aver passato quasi due mesi chiuso nella cella n. 5 del carcere di Via Tasso. Opo riesce a inviare alla madre dei pezzettini di carta scritti che contengono poche parole affettuose. Li arrotola e li infila nei colletti delle camicie che manda a lavare. I foglietti di Orlando sono uno dei simboli dell’Archivio di Pieve. Indimenticabili per chi li vede e li “ascolta”. Noi tutti siamo legati a Opo, la sua storia ci commuove e scuote ogni volta. Ma non avevo pensato potesse essere così d’impatto anche per un ragazzino di dieci anni. Filippo vuole comprare il libro-diario di Orlando, si incolla davanti alla bacheca che espone i foglietti originali e spesso da allora mi parla di Opo con ammirazione.

i foglietti di Orlando (foto di Luigi Burroni)

Quando la sera di sabato 10 settembre va in scena alle 20,30 al Teatro Comunale di Pieve lo spettacolo di Mario Perrotta “Il paese dei diari” in sala c’è Saverio Tutino e la sua presenza permea l’aria di un’emozione aggiuntiva. Prendono forma e senso le descrizioni del luogo, i gradini, la sala consiliare, e i simboli più noti dell’Archivio, il Lenzuolo di Clelia, le “pacene” di Rabito”, i calendari di Ida, i foglietti di Orlando…

Paola Roscioli e Mario Perrotta si alternano nel racconto di questi simboli e danno vita ai protagonisti della storia dell’Archivio con grande intensità e giustizia.

C’è anche mio nipote Filippo a quella replica. Assiste in silenzio, attento, partecipe. Alla fine viene da me felice e mi dice “lo spettacolo mi è piaciuto tantissimo, però ci avevo visto giusto due anni fa, la storia di Orlando è la più bella. Mi porti a conoscere Saverio Tutino?”. Gli spiego che Saverio è una persona anziana, che sta andando via subito a casa, che sarà stanco. Ma mio nipote è uno che non accetta molte giustificazioni e vuole per forza salutare Tutino “gli voglio solo stringere la mano, zia, per ringraziarlo di aver fatto l’Archivio, così è arrivato il diario di Orlando”.

Dribblo la folla che esce accalcata sui sedici gradini tenendo mio nipote per mano, cerco Tutino che, come immaginavo sta andando via. Dico a Saverio e a sua moglie Gloria (ma ci sono anche Alessandro, il fratello di Saverio e Mario Dondero) che mio nipote vuole stringergli la mano per ringraziarlo di aver fatto l’Archivio, così è arrivata la storia di Orlando Orlando Posti. Definirei mio nipote un ragazzino irruento, spavaldo, a volte invadente, ma al cospetto di Tutino sembra timido e delicato e come di fronte a un gigante. Gli stringe la mano e non sa che dire. Riesce solo a pronunciare poche parole, ringrazia Saverio, gli dice “io sono innamorato della storia di Orlando”. La scena non mi lascia indifferente. Emozioni da Premio Pieve.

Dopo tre giorni mi chiama Filippo al telefono: “zia ti volevo dire che per me Saverio Tutino è come Valentino Rossi”.